Santantonio
Com’è venuto passerà, com’è arrivato se ne andrà.
Dolce medico dell’ambulatorio di fronte chissà, per averti accanto nel mio travaglio, quali bestie del Giardino devo aver ucciso con la punta del compasso. A saperlo per tempo, avrei resuscitato Giotto.
Padovani non si diventa, si viene chiamati dal grande bagliore che brucia sul ventre. E mentre ti chiedi perchè una macchia rossa è comparsa oggi, una maga già conosce il tuo nome dall’altra parte del paese.
Lasciati guidare uomo intonso, dal dolore che lagni. Stringi la vuvuzela tra la bocca e le mani come un angelo che annuncia la piaga; suona il suo lamento fuori dal finestrino dell’auto verso la campagna che non semina più. Solo, raccogli rullini.
Sfida il tuo male, ricaccialo nei nervi, lima la tua pelle con semi della speranza e impregnala col coccolino (se tua madre non l’ha finito) e infine confina con muri di mandorlo il cinto germe che distrae la tua filosofia da Facebook.
Soffia il colore rosa sulla tua pelle e scopri la pigrizia del tuo affetto e delle tue parole. Ma è la pancia il lazzaretto, la gabbia dei vizi dell’uomo. Le mezze parole non lasciano il senso e spero che in questo ti specchierai in me.
Forse un giorno i fanti si stancheranno di essere scherniti; fino ad allora, soffia.


